"I don't believe in a fate that falls on men however they act; but I do believe in a fate that falls on men unless they act."
G.K. Chesterton

domenica 30 marzo 2008

UNA FATWA AL GIORNO...

Ho appena terminato la visione di “FITNA”, il controverso cortometraggio dell’olandese Geert Wilders, che ha suscitato uno scandalo in giro per il mondo, tanto da essere boicottato da intellettuali e politici, nonché censurato dai media di tutto il mondo.
Incuriosito da un tale clamore, ho voluto dare un occhiata a questa pellicola, definita da molti come “pornografica”, “fascista” e “blasfema”.
Il filmato, della durata di 16 minuti circa, ripropone i testi di alcune sure coraniche inneggianti alla Jihad e alla distruzione dei nemici dell’Islam, intervallati dalle immagini delle ormai note mattanze di Al Qaeda, dei deliranti proclami filo-hitleriani dell’intellighenzia arabo-iraniana, delle piazze inneggianti a un nuovo Olocausto, nonché dei brillanti esempi di giustizia coranica perpetrati ai danni di omosessuali, ragazzine e infedeli, impiccati decapitati sgozzati o lapidati a seconda della creatività del carnefice. La pellicola si conclude con un richiamo all’attuale scenario olandese, partendo dall’assassinio di Theo Van Gogh e ripercorrendo il lungo arco di fatwa, attentati falliti, silenzi istituzionali ed esili forzati, dei quali hanno fatto le spese tutti coloro che hanno osato scagliarsi contro lo squallore e la malvagità di un’ideologia oscurantista e fascista, che professa il nostro annientamento, che calpesta i diritti e le libertà patrimonio della nostra cultura, e che ambisce a diventare padrona delle nostre città, nonché delle nostre vite.
Il filmato si apre e si chiude provocatoriamente con la famosissima vignetta danese della “Bomba Maometto”, che è valsa al suo autore l’ambitissima fatwa internazionale. Nessun commento, nessun manipolazione delle immagini, nessuna voce fuori campo. Soltanto l’invito a sconfiggere questa ideologia marcia, in nome dell’Occidente e della nostra libertà.
Toni da Crociata? Messaggio imbarazzante?
Di imbarazzante e improponibile ho trovato soltanto le immagini contenute in questo video, il ritratto di un popolo di invasati che si raduna a MILIONI intorno a pazzi deliranti (talvolta capi di stato); che indottrina fin dalla nascita i propri figli a considerare il giudeo un “porco” e una “scimmia”, il cristiano un “cane infedele”; che punisce la conversione al cristianesimo con la morte; che dichiara perfino nelle aule dei nostri tribunali, senza alcun pudore, che un buon musulmano ha il dovere di uccidere i propri figli se innamorati di un infedele.
Queste immagini vanno in onda ogni giorno sulle televisioni di stato, con Topolino che insegna a infanti col pannolone come sgozzare l’infedele e dipinge i kamikaze come dei supereroi della Marvel.
Queste condanne a morte non vengono emanate da tribunali clandestini, ma da organi istituzionali, con il beneplacito della politica e della popolazione.
Nel nostro stesso paese, anche tra le famiglie musulmane meno intransigenti, so per esperienza diretta che avere un fidanzatino non musulmano equivale, in molti casi, a un’esplicita condanna a morte da parte dei propri familiari.
Tutto questo accade davanti ai nostri occhi, spesso nella casa affianco alla nostra; eppure c’è sempre il benpensante di turno che, tirando fuori la storia dell’Islam moderato, ti accusa di fare di tutta l’erba un fascio e si scandalizza quando alzi la voce contro queste intollerabili prevaricazioni.
Io sono un amante dell’Islam moderato, di questa moltitudine silenziosa che nessuno ha mai visto. Lo amo tanto quanto i cavalieri Jedi e gli eroi della mia infanzia. Figure romantiche, strenui difensori della giustizia, paladini dei più deboli, ma, purtroppo, nient’altro che il frutto delle migliori menti artistiche della nostra epoca.
L’islamico moderato non è pura immaginazione, ma non si tratta neppure, come molti sostengono, della maggioranza dell’Islam, o di una parte considerevole di esso. L’islamico moderato è un reietto, costretto a vivere sotto scorta, esiliato dalla propria terra, minacciato e rinnegato dalla propria famiglia e dal proprio popolo. Molto spesso non si tratta neppure di un credente, essendo difficile conciliare la fede in Allah con la civiltà e i valori occidentali.
L’Islam moderato di cui tutti parlano è forse quello che condanna gli attentati di Al Qaeda ma si rifiuta di rinnegarne i propositi e le finalità? Quello che sostiene che uccidere soldati americani sia un dovere sacrosanto, ma che forse i civili andrebbero risparmiati? Quello che odia l’Occidente ma vive grazie ai suoi petrodollari?
Sono anni che nutro la speranza di sentire un musulmano qualunque scusarsi, a nome del suo popolo, per le atrocità commesse a New York, a Londra, a Madrid; affermare pubblicamente “Oggi mi vergogno di essere un musulmano come loro!”.
Ma fino ad ora non ho sentito altro che giustificazioni e accuse o fredde frasi di rito.

“FITNA” non è un capolavoro, non svela niente che non sapessimo già. Ma al pari della migliore Oriana Fallaci (Che Dio la benedica!), parla chiaro, con la rabbia e l’orgoglio di ha deciso di rompere il silenzio, e mostra il vero volto di quell’Islam che, per quanto lo si voglia relegare a minoranza emarginata, gode dell’appoggio di centinaia di milioni di musulmani, nonché del sostegno delle innumerevoli teste di cazzo nostrane che, accecate dall’odio verso Stati Uniti e Israele, non si accorgono di aprire le porte al nemico.
Ci vuole del coraggio a firmare una pellicola del genere, che non frutterà altro che critiche e condanne a morte. Per questo suo atto Geert Wilders e Scarlett Pimpernel (la co-sceneggiatrice), meritano di essere annoverati tra i tanti piccoli eroi del nostro tempo. E speriamo che la loro prossima opera sia un lungometraggio.

giovedì 7 febbraio 2008

BENEDETTA FOLLIA

Dare del pederasta all’ayatollah Khomeini, ostaggio di una banda di militanti islamici, nel pieno della rivoluzione iraniana, può essere definito solamente in due modi: incredibilmente coraggioso o terribilmente stupido.
Detta così sembrerebbe una barzelletta o la pagina di un romanzo di Clive Cussler. Eppure c’è un uomo che, per ben 444 giorni, in barba ad ogni istinto di autoconservazione e alla sindrome di Stoccolma, ha combattuto una battaglia personale contro i suoi carcerieri, al limite tra l’eroismo e la pazzia, mettendo più volte in discussione i ruoli di vittima e carnefice. Classe 1946, originario di Olyphant, Pennsylvania, all’epoca dei fatti Michael Metrinko prestava servizio presso l’ambasciata americana di Teheran come consulente politico. Ambizioso nel senso migliore del termine, nonostante la sua giovane età, poteva già vantare all’attivo un passato nei Corpi di Pace e importanti missioni diplomatiche in Israele, Turchia e Grecia, nonché la padronanza di lingue quali l’arabo il turco e il pharsi, l’antico idioma iraniano.
Dal 4 novembre del 1979, quando una folla di studenti inferociti prese in ostaggio 66 membri del corpo diplomatico statunitense, fino al giorno della liberazione, Metrinko fu uno dei pochissimi ostaggi a non essere mai mostrato alla stampa, tanto che all’epoca si parlò perfino della sua eventuale morte.
Durante la prigionia, volenti o nolenti, furono in molti a socializzare con il nemico: chi per ottenere un trattamento migliore; chi per scrutare nella mente dei sequestratori; qualcun altro semplicemente per fare quattro chiacchiere di tanto in tanto.
Ma Metrinko era di ben altra pasta. Di fronte a un tale sopruso, alla violazione dell’immunità diplomatica e al voltafaccia delle autorità iraniane, fece in modo di farsi ricordare a vita come il più cocciuto yankee che avesse mai calpestato il suolo persiano. Intrattabile tanto con le buone quanto con le cattive, sprezzante e reticente agli interrogatori del nemico, dovette presto fare a meno della “ospitalità” persiana, imbavagliato e legato ad una sedia per giorni interi in qualche buio e gelido scantinato, più volte privato del cibo, del sonno e dei suoi amatissimi libri, non di rado oggetto di rabbiosi pestaggi, in risposta alla sua proverbiale eloquenza. Non accettò mai neppure una sigaretta (e avrebbe ucciso per averne una!). Era una questione di principio. Non potendo fare granché per passare il tempo, progettò nella sua mente (e in seguito realizzò) la ristrutturazione della villa di famiglia. E quando i rapporti con i suoi carcerieri sembravano migliorare, in men che non si dica riportava la situazione al punto di partenza, con qualche battuta sconcia sulle loro madri o sulle simpatie di Khomeini per i bambini. Come scrive Mark Bowden nel suo “Teheran 1979” (Rizzoli-2007) “accettare qualcosa da quelle canaglie, per piccola che fosse, sarebbe stato un gesto di condiscendenza, avrebbe implicato che c’era qualcosa di normale o di accettabile nella situazione, e questo non era vero.”.
Perfino il giorno della liberazione, sull’autobus che li trasportava verso la tanto agognata libertà, a una guardia che stava cercando di zittirli rispose in pharsi, per essere certo d'essere compreso: “Stai zitto tu, figlio di una puttana persiana!”. Trascinato di forza fuori dal veicolo, ricevette la consueta dose di calci e pugni (i 15 mesi di prigionia lo avevano indurito). E per un momento temette seriamente che la sua ennesima bravata l’avrebbe lasciato a terra, solo, a fissare come un idiota l’aereo che riportava i suoi compagni verso casa. “Come posso essere tanto stupido?” deve aver pensato.
Ma grazie a Dio, almeno quella volta, tutto andò per il verso giusto. E Metrinko se ne tornò a svolgere il suo lavoro in giro per il mondo, non prima, però, di aver ristrutturato casa. Al momento è impiegato in Afghanistan e Iraq. In un e-mail pervenuta a Bowden, l’autore del magnifico libro sopracitato, ha fatto sapere di aver già pensato a una trasposizione cinematografica della sua storia, suggerendo addirittura per il suo ruolo niente di meno che Brad Pitt.
Non so se oggi, nel pieno della jihad antioccidentale, in una situazione del genere, si permetterebbe di mandare a fare in culo un capo talebano o un terrorista di Al Quaeda. Sono convinto, però, che fregandosene delle buone maniere, non resisterebbe dal cantargliene quattro.

- L’Ayatollah Khomeini non è un uomo. -
- Eccome se lo è. -
- Non è un uomo, non ha moglie. -
- Ce l’ha. Ci sono delle foto. -
- Le sole foto che ho visto dell’ayatollah con qualcuno erano con un bambino vicino. -

Chiudete gli occhi e gustatevi la scena.
Che Dio ti benedica Michael Metrinko.

giovedì 10 gennaio 2008

ESSERI "QUASI" UMANI

Innanzi ad una sì grande conquista dell’umanità, trattando questo blog di eroismo, non mi sono fatto scappare l’occasione di immortalare un’importante pagina della nostra storia, che tanto orgogliosamente ci portiamo nel cuore.
Recentemente nel nostro paese, dopo anni di imbarazzante silenzio, su iniziativa di Giuliano Ferrara, si è ricominciato a parlare di “aborto”. Una discussione sterile e insignificante, nient’altro che un dibattito passeggero, ma che, data l’importanza della questione, presto o tardi bisognava affrontare. Proprio in questi giorni gli esponenti nostrani della destra e della sinistra “laica” stanno ribadendo a gran voce (nel caso ce ne fossimo dimenticati) quale grande conquista di civiltà sia stata la legalizzazione dell’aborto; la terza grande vittoria del gentil sesso, dopo il diritto di voto e il divorzio.
L’aborto è oggi una pratica talmente diffusa ed apprezzata in Occidente, che volendo anche solo metterne in dubbio i metodi, si rischia di essere accusati di bigotteria, se non addirittura di integralismo religioso.

Si sa, i latini hanno sempre espresso concetti di grande saggezza, molto prima che Giuliano Ferrara e lo stesso Gesù Cristo venissero al mondo. E un opinione largamente diffusa tra i filosofi antichi, della quale mi ero sempre stupito sino ad oggi, era che la democrazia, tra le tre possibili forme di governo, fosse la peggiore e la meno auspicabile. Cicerone scriveva nel De Repubblica: “…nella stessa Atene, la democrazia ha mostrato a quali eccessi scandalosi si possa abbandonare una folla che abbia perduto ogni freno...”, sottolineando l’imprevedibilità delle scelte del popolo, dettate da convinzioni e da necessità contingenti.
Secoli e secoli di evoluzione, di miglioramenti nella qualità della vita e nell’istruzione delle masse, di esperimenti in campo politico e culturale, dovrebbero avere portato le nostre società ad un livello di autocoscienza collettiva neanche lontanamente immaginabile all’epoca del filosofo arpinate.
Nonostante questi bei ragionamenti, ancora oggi, la regola del fare di necessità virtù vige ancora da padrona sulle scelte delle nostre avanzatissime democrazie, giustificando spesso orrori, legislativi e politici, che perfino un campagnolo analfabeta avrebbe compreso ed evitato.
Spesso ci si chiede come abbia fatto un intero popolo, tra il 1933 e il 1945, a non muovere un dito di fronte allo sterminio sistematico di oltre dieci milioni di esseri umani. La risposta, alla luce dei fatti, è assai banale: l’uccisione di un ebreo, di uno zingaro o di un omosessuale non era considerata omicidio, essendo propagandata dalla cultura dell’epoca alla stregua dell’abbattimento di una bestia infetta.
Ma per fare digerire all’uomo della strada un omicidio, specialmente quando questo è privo della benché minima giustificazione morale o ideologica, bisogna agire pesantemente sulla sua psiche.
Come avviene per l’addestramento di un soldato, si demoliscono alcuni dei tratti istintivi dell’uomo, come i sentimenti di maternità e di orrore alla vista del sangue. In un secondo momento, si agisce sulla coscienza e sulla capacità di giudizio del soggetto, instillandogli nuovi valori, principi e certezze. E alla fine di questo percorso, l’uomo non è più uomo.
Fare questo su larga scala è però assai più arduo. Non potendo agire sul singolo individuo, si ricorre a mezzi che possano raggiungere il medesimo risultato sulle masse: televisioni, giornali, scuole o luoghi di culto. L’opera di condizionamento, in questo caso, si protrae nel tempo, portando alla costituzione, giorno dopo giorno, nel modo meno invasivo possibile, di un nuovo modus cogitandi collettivo.
Le ragioni che stanno dietro a questo ambiguo modo d’agire sono molteplici: dal mantenimento del potere alla diffusione di un culto, dal mantenimento dell’ordine pubblico sino al puro e semplice interesse economico.
Ciò che però non riesco a identificare, è la ragione che muove i fautori e i sostenitori dell’aborto.
Che si tratti della tutela della salute della donna? In base a quale criterio la morte di un figlio innocente è preferibile a quella di una madre snaturata?
Che voglia essere questo un rimedio burocratico a una piaga sociale come l’aborto clandestino? Legalizziamo allora anche il furto lo stupro e l’aggressione, forme di violenza assai meno radicali.
Il modo più semplice per uccidere senza rimorso è quello di non guardare mai la propria vittima negli occhi. Ciò è reso ancora più semplice quando la vittima non vede, non prega e non piange, inconsapevole che anche nel luogo più sicuro del mondo, l’utero materno, la morte è sempre in agguato.
E’ davvero straordinario come gli esseri umani riescano sempre a trovare una giustificazione alle loro nefandezze. Talvolta queste giustificazioni sono talmente elaborate e convincenti da trasformare gravi colpe in virtù, in manifestazioni del volere di Dio o, come nel caso dell’aborto, in grandi conquiste civili.
Da parte di un fortunatissimo ammasso di cellule, un sentito grazie alla 194.

mercoledì 9 gennaio 2008

SUPPORT OUR TROOPS


Il rapporto che ci unisce agli Stati Uniti d’America, benché tecnicamente si tratti di una “alleanza”, ricorda molto un’imbarazzante relazione clandestina, una di quelle in cui la ragazza di buona famiglia ne inventa una più del diavolo per non presentare il fidanzato scapestrato a parenti ed amici, combattuta tra le buone maniere di mamma e papà e il sentimento che la lega a quel ragazzone di campagna, sempre pronto a metterla in imbarazzo ma dal cuore d’oro e dall’animo nobile.
La nostra politica cerchiobottista, che da ben più di un secolo ci ha resi “celebri” agli occhi del mondo, all’indomani di quell’11 settembre 2001 sembrava essersi leggermente attenuata, vuoi per il coro unanime “We are all americans!”, levatosi a gran voce da (quasi) tutte le piazze del mondo, vuoi per l’inopportunità di un comportamento tanto ambiguo in un frangente come quello.
Ma bastarono le prime dure reazioni del governo americano a fare sì che la nostra classe dirigente, temprata da anni e anni di politica del far niente, cominciasse a tirarsi indietro, adducendo a pretesto ogni possibile scusa, dall’ “Andiamoci piano!” al “Lasciamo fare alla diplomazia!”. Anche l’allora governo Berlusconi, culturalmente e politicamente vicino alla Casa Bianca, al momento di scendere in campo personalmente con uomini e mezzi a sostegno dell’alleato ferito, si accorse di non avere soldi nel portafoglio, di essere vincolato dall’articolo 11 della Costituzione (e il secondo comma?) e se ne sgattaiolò via con un “Ci vediamo a guerra finita!”, insieme a buona parte dei vicini d’Oltralpe.
Quando, infine, inglesi e americani ebbero fatto il grosso dell’opera, in Afghanistan come in Iraq, arrivò la cavalleria dal continente, alquanto striminzita, a dire il vero, rispetto alle aspettative, ma non per questo demotivata. Giunti sul posto, i nostri soldati, tra il sibilo dei proiettili e degli RPG del nemico, ebbero a precisare agli alleati increduli che loro erano lì per la pace e non per la guerra, che i loro lungimiranti governanti avevano deciso di mandarli a pattugliare le strade, a portare quaderni e medicine, ma che in caso di bisogno, le truppe delle coalizione avrebbero dovuto rivolgersi altrove.
Così ebbe inizio la nostra avventura bellica, fatta di bocconi amari per i nostri soldati, di giornalisti stronzi invischiati col nemico, di rapimenti e milioni di dollari scomparsi misteriosamente dalle casse dello stato, di marce della pace con bandiere americane date alle fiamme e di politici sghignazzanti davanti ai resti dei loro compatrioti.
Questi sei anni, densi di avvenimenti ed emozioni come mai prima d’allora, hanno portato nelle nostre case ogni genere d’immagine e parola: alcune (molte) terribili, altre (troppe) inutili, altre ancora (rare) memorabili. Ma tra i commenti di esperti e politici, tra le immagini di morte e distruzione, tra i racconti di violenze, torture ed esecuzioni, le voci di coloro che, in prima linea, rischiano ogni giorno la vita, sono arrivate sempre più di rado sulle nostre televisioni e giornali, distorte da servizi ed articoli degni di Radio Saigon o trasmesse tra la pagina del gossip e le previsioni del tempo.
Per una volta, invece, ci piacerebbe conoscere questi uomini da vicino, essere informati dei loro progressi nella ricostruzione dell’Iraq e dell’Afghanistan, dei successi e non solo delle sconfitte, delle vite salvate e non soltanto delle perdite subite, di ciò che è stato fatto e di ciò che resta ancora da fare. Riuscire a far pervenire loro il nostro sostegno, le nostre preghiere e il nostro aiuto materiale, attraverso un reportage in prima serata sulle reti ammiraglie o un articolo di fondo su un quotidiano nazionale, darebbe una pugnalata al cuore dei santuari di Al-Quaeda, delle roccaforti talebane, delle folle inneggianti alla Jihad e di tutti coloro che sostengono e finanziano la bestia nera del terrorismo islamico. Purtroppo, però, dalle nostre parti, nella nostra cara e vecchia Italia, tutto tace. Tra i media, l’opinione pubblica e, ovviamente, anche tra coloro che dovrebbero governare il paese. Possibile che non si pensi ad altro che al partito unico, alle intercettazioni dei parlamentari, allo scalone fiscale e agli scandali di Vallettopoli?
In America ho visto una giornalista bruciare in diretta l’ennesima notizia-cazzata su Paris Hilton. Vorrei tanto vedere un collega italiano fare lo stesso, chiedere scusa per lo squallore del passato e rimettersi a fare del buon giornalismo, anche su coloro di cui tutti sembrano essersi dimenticati.

Queste pagine, per quanto semplici e poco trafficate, vogliono lanciare un chiaro messaggio a tutti i soldati, occidentali iracheni o afgani, che stanno combattendo questa terribile guerra, a tutti i civili che ogni mattina sfidano le bombe per tornare a vivere e per dare un futuro al loro paese, a tutti coloro che ancora credono nella vittoria e in una pace giusta: NON MOLLATE! SIAMO CON VOI!
Diamo sostegno alle nostre truppe. Le guerre moderne si vincono anche così.

LA MORTE DI UN VERO ITALIANO


Ci sono tanti fatti e personaggi, tante storie di eroi dimenticati che meriterebbero di essere ricordate. Ma per iniziare, tanto per rimanere nei dintorni, vorrei riportare la memoria a quelle splendide parole pronunciate da un nostro fiero compatriota, qualche anno fa, a pochi secondi dalla fine: “Ora vi faccio vedere come muore un italiano!”.
L’undici settembre e ciò che ne è seguito, come ogni conflitto che si rispetti, hanno portato alla luce, accanto alle imbarazzanti immagini delle barbarie più inaudite, molte storie di coraggio e sacrificio. Accade alle volte, però, che una frase, un’immagine o un suono provochino qualcosa di diverso, una sensazione talmente forte da farci accapponare la pelle.
Le parole uscite quel giorno dalla bocca del contractor genovese, la calma e la fermezza con cui sono uscite dalle sue labbra, la spontaneità e la rabbia di quel messaggio, hanno avuto un forte significato per molti di noi, io credo.
Da sempre, uno degli sport preferiti dei sequestratori è stato quello di mostrare le loro prede in gabbia, impaurite e supplicanti, umiliate agli occhi del mondo, allo scopo di distruggere i residui di dignità e orgoglio che ognuno, anche in situazioni di pericolo, cerca in tutti i modi di conservare.
Ci sono persone però, che di fronte a situazioni di questo genere, tirano fuori la palle, non cedeno ai ricatti dei loro carnefici ma, anzi, reagiscono, fissando il nemico negli occhi come se fosse lui a tenere il coltello dalla parte dell'impugnatura.
Fabrizio Quattrocchi è andato incontro alla morte con dignità e onore, lasciando i suoi assassini, probabilmente ignari del significato e della forza delle sue parole, con una bomba ad orologeria tra le mani. Credevano di aver ritratto la fine pietosa di un agnello, quando invece si sono trovati dinnanzi un vero leone. Oriana Fallaci ricorda Quattrocchi come un eroe risorgimentale, uno di quei personaggi che, di fronte al plotone d’esecuzione, gridavano “Viva l’Italia!”. James S. Robbins, sulle pagine del National Review, lo paragona addirittura al colonnello William Logan Crittenden, aggregatosi alla disastrosa spedizione cubana di Lopez nel 1851, l’uomo che, all’ordine del nemico di inginocchiarsi e voltarsi per essere fucilato, rispose sprezzante “Kentuckian never turns his back on an enemy and kneels only to God” (“Un uomo del Kentucky non volta mai le spalle al suo nemico e si inginocchia soltanto a Dio”). La prima scena che quelle immagini mi riportarono alla mente è, invece, quella del francese Chambronne, colui che, circondato dal nemico, al termine della battaglia di Waterloo, replicò all'ordine di gettare le armi con un secco e sprezzante “Merde!”.
Sono immagini pittoresche, che poco hanno a che vedere con la storia di Fabrizio, ma che certamente hanno provocato nel pubblico dell’epoca lo stesso autentico identico brivido che ancora oggi pervade le nostre membra.
Ricorderò per tutta la vita quel giovane determinato, degno figlio di un'Italia che non esiste più ormai, un uomo che ha scelto di morire come tale.
Non ti dimenticheremo tanto facilmente.

lunedì 7 gennaio 2008

UN MONDO SENZA EROI?


Parlare di eroismo ai giorni nostri è qualcosa di anacronistico e fuori luogo. Contagiati dal cinismo e dal relativismo dei nostri tempi, abbiamo imparato a demolire ogni modello esemplare, a svelare gli altarini nascosti dietro ad essi, a distruggerli, per dimostrare a noi stessi che in fondo siamo tutti fatti della stessa materia mortale, viziata e corrotta dalle tentazioni e dal tempo, incapace di far altro se non sopravvivere alla propria mediocrità.
La Terra sta morendo, l'Occidente vacilla, i governi tramano contro i loro stessi cittadini, gli eserciti combattono sporche guerre per accaparrarsi materie prime e tutto sembra sprofondare in abisso senza speranza. Catastrofismi e pessimismi d'ogni sorta sono la moda del giorno.
Alle nuove generazione vengono fatti leggere "Il Giovane Holden" e "La signorina Else" come romanzi di formazione, mentre i grandi viaggi di Omero e Virgilio vengono proposti come brani da tradurre per casa, dei quali cercare il riassunto su internet in vista dell'interrogazione; mentre le grandi avventure di Stevenson e Dumas vengono liquidate come fanciullesche nel loro modo di distinguere il bene dal male, il coraggio dalla codardia, l'onore dall'infamia.
Non ci si stupisca poi se il mondo di oggi assomiglia sempre più a una versione dark del Paese delle meraviglie di Lewis Carroll, dove tutto è insensato e grottesco, capovolto nelle consuetudini e nei valori più basilari, dove i malvagi e gli stupidi diventano celebrità idolatrate, e dove i coraggiosi e i meritevoli passano senza lasciare traccia, come se non fossero mai esistiti.

Detestiamo l'eroismo perchè riporta a galla i nostri fallimenti e rimorsi, le nostre debolezze e frustrazioni, offrendoci uno specchio su ciò che realmente siamo.

Questo blog, povero nel linguaggio e dallo stile scarno, vuol'essere un luogo dove ognuno possa scrivere qualcosa sui tanti uomini e donne che ogni giorno, in ogni parte del mondo, si distinguono per le loro azioni, sui teatri di guerra o nella vita quotidiana, volontariamente o per caso, senza che nessuno presti loro l'attenzione che meritano.
Rendiamo loro omaggio ricordando ciò che li ha resi ai nostri occhi, almeno per un giorno, dei veri e autentici eroi.
Non so ancora cosa ne verrà fuori, ma spero comunque di riuscire a dare una testimonianza di partecipazione, accendendo una fiamma tra l'oscura indifferenza che media e opinione pubblica riservano alle grandi azioni, un tempo consacrate dai versi di poeti e scrittori, e che oggi, nel migliore dei casi, vanno a tappare un buco tra le pagine di qualche rivista.
Sarò lieto di pubblicare tutto ciò che mi verrà inviato, purché coerente con la materia trattata: riflessioni, testimonianze personali, racconti, articoli di giornale, qualsiasi cosa per la quale valga la pena spendere due parole.

Grazie in anticipo per il vostro contributo e buona lettura.
Remember our heroes.